Poesia
Come il respiro di fiume libero da inganni di albe e di tramonti, poter salire il monte senza ali nel ricordo di musica che torna. Sotto la volta di un cielo senza stelle e senza luce, sentire la voce di vento che chiama e conduce verso lo spazio di irraggiungibili promesse e mete. Ma se stupore di sguardo che nasce trova l’azzurro di limpidi soli cosa potrà trattenere ancora il canto nuovo che si alza e non muore.
Corpi di grazia e di luce
Con una sorta di ipnotica leggerezza che si snoda tra improvvisi bagliori di luce e repentino cadere di ombre l’autrice ci guida in un viaggio che la sapienza, talvolta acerba, del ricordo trasforma di volta in volta in catabasi o in attesa che s’imparadisa. Il procedere è segnato, vorremmo dire pascolianamente, dalla continua presenza dei morti che sembrano implorare una parola che li riporti, per l’ultima volta, a respirare l’azzurrità smemorante dei cieli della vita, ma nello stesso tempo pare aprirsi fiduciosamente allo sbocciare di nuove vite, contemplate con una tenerezza non scevra di turbamento. Ezra Pound, nei Pisan Cantos, scrive: «Ciò che veramente ami rimane, / il resto è scoria / Ciò che veramente ami non ti sarà strappato / Ciò che veramente ami è la tua eredità». Ebbene, Mara Muti in questa sua matura e “necessitata” raccolta poetica costruisce una sua personalissima hypnerotomachia, dove il sogno, attraversato spesso da immagini che rimandano all’umana condizione di impermanenza, combatte costantemente con l’amore, retaggio quasi divino in grado di pugnare vittoriosamente con la morte: «Non resta che un piccolo segno / che avanza nel coraggio d’orma / e di gemma, mentre vince / lo schianto festoso che ferma la mente». Teatro di tale agone è il paesaggio, spesso arido e scabro (si vedano i frequenti rimandi in esergo ai montaliani Ossi di seppia), ma attraversato da un sentimento di trepida dolcezza che s’illumina di tutto ciò che è umano.
Roberto Rossi Precerutti
attraversato spesso da immagini che rimandano all’umana condizione di impermanenza, combatte costantemente con l’amore, retaggio quasi divino in grado di pugnare vittoriosamente con la morte: «Non resta che un piccolo segno / che avanza nel coraggio d’orma / e di gemma, mentre vince / lo schianto festoso che ferma la mente». Teatro di tale agone è il paesaggio, spesso arido e scabro (si vedano i frequenti rimandi in esergo ai montaliani Ossi di seppia), ma attraversato da un sentimento di trepida dolcezza che s’illumina di tutto ciò che è umano.
Anno edizione
2026
In commercio dal
13/07/2026
Anno edizione
2026
In commercio dal
13/07/2026
Pagine
56
EAN
9788866086742
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9788866086742
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